Nel saggio L'Iliade, poema della forza (1939), esalta il modo in cui l'uomo greco viveva la guerra e il suo terribile gioco senza infingimenti, accordando eguale rispetto al vinto e al vincitore, provando sgomento per la distruzione di una città. Quando gli uomini entravano nel gioco della guerra, diventavano pietre nelle mani degli dèi, ossia cose sotto il giogo della Forza. Alla fine vince solo la Guerra. La Guerra è una prova della miseria umana, dei limiti dell'essere umano, è l'emergere di una Forza che domina l'anima dell'uomo e la incatena al suo destino immodificabile. La visione greca dell'uomo si prolunga, per la Weil, fino al Vangelo. Ciò che unisce Omero agli Evangelisti è il senso del valore della miseria umana, una miseria vissuta dallo stesso Cristo sulla croce. Una miseria a cui i Greci opponevano la virtù e i Vangeli la Grazia. Nello studio su Dio in Platone (1940), Platone viene da lei considerato il padre della mistica occidentale. In Platone Alla virtù si affianca la possibilità della grazia, cioè della salvezza che viene da Dio. Dio è quindi attivo nei confronti dell'uomo, lo chiama, chiede di essere da lui riconosciuto. La Weil reinterpreta la disputa di Platone contro i Sofisti come anticipazione dei temi e concetti che verranno poi utilizzati dal Cristianesimo. L'Eros in Platone non è solo impulso dell'uomo verso il divino ma è prerogativa del Dio stesso. Sono anticipazioni del concetto di amore legato alla divinità che è tipico del Cristianesimo. Il 1942 fu l'anno della sua più intensa meditazione sul tema religioso. Eppure Weil precisò ulteriormente il suo proposito di voler restare al di fuori della Chiesa. Quella Chiesa che, secondo la Weil, si era fatta impero, inquisizione, persecuzione, interiorizzando la potenza e l'oppressione che sono anche tipici dei regimi totalitari del XX secolo. D'altra parte - diceva - "tante cose sono fuori dalla Chiesa, tante cose che io amo e non voglio abbandonare, tante cose che Dio ama", e qui enumerava: i secoli prima di Cristo e le loro civiltà, i paesi abitati da razze di colore, la vita profana dei paesi di razza bianca, i Manichei, gli Albigesi, tutto ciò che è nato col Rinascimento - evidentemente, la sua strada verso il divino non era quella della adesione ad una delle confessioni storiche. La sua via fu quella della "croce" e della "sofferenza": "Se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone". Come dire: la croce è intesa da Weil oltre la Chiesa, all'intersezione di più destini e di più culture. Nei pensieri raccolti sotto il titolo L'amore di Dio (scritti tra il 1940 e il 1942), Weil svela il suo misticismo:
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Weil/LinguaggioGlobale
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