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Nella prima metà del prossimo secolo, la scienza affronterà la più grande delle sfide, cercando di rispondere a una domanda che per millenni è stata intrisa di misticismo e metafisica: quale è la natura del sé?
Essendo nato in India e avendo ricevuto un'educazione induista, appresi che l'idea del sé, di un "Io" interno distinto dall'universo e impegnato nella sublime analisi del mondo esterno, era un'illusione, un velo chiamato maya.
La ricerca dell'illuminazione, mi fu detto, consisteva nel sollevare il velo e capire che in realtà si era "tutt'uno con il cosmo".
Paradossalmente, dopo lunghi studi di medicina occidentale e oltre quindici anni di ricerca sui pazienti neurologici e le illusioni ottiche, ho finito per capire che c'era molta verità in quella visione,
che l'idea di un sé singolo e unitario che "abitava" il cervello era forse una chimera.
Tutto quanto ho appreso dallo studio intensivo sia degli individui normali sia dei pazienti con lesioni a varie aree dell'encefalo mi ha condotto a uno scenario inquietante,
ossia a pensare che noi creiamo la nostra "realtà" in base a meri frammenti d'informazione, che quando "vediamo" è una mera rappresentazione attendibile ma non sempre accurata del reale,
e che siamo del tutto inconsapevoli della stragrande maggioranza degli eventi in atto nel cervello.
[da Vilayanur Ramachandran, La donna che morì dal ridere, Mondadori, Milano, 2003, pag. 254]
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