MARCELLO TESSADRI
Nato a Roma, da padre lombardo e madre sarda.
Ha trascorso l'infanzia in Toscana, l'adolescenza in Marocco. È vissuto in 4 nazioni (Italia, Marocco, Svizzera, Francia) e 15 città diverse.
Parla correntemente 4 lingue.
Ha compiuto gli studi in giro per il mondo, ha conseguito la maturità classica in Italia e frequentato l'Accademia Navale di Livorno, laureandosi infine in ingegneria elettrotecnica a Roma.
Ha esercitato la professione di ingegnere-dirigente d'azienda in Svizzera, in Italia e, soprattutto, in Francia.
Ha iniziato a scrivere romanzi nel 1995. La caleidoscopica combinazione di radici familiari, formazioni culturali ed esperienze professionali, fa spesso capolino nei suoi scritti.
Notate da alcuni produttori cinematografici, fra cui Dino De Laurentiis, le sue opere si sono rivelate come "scritte per il cinema".
Incoraggiato da vari operatori dello spettacolo, ha scritto anche soggetti cinematografici e sceneggiature, con il grande amico Andrei Konchalovsky, il famoso regista russo, con il quale collabora frequentemente, e che dirigerà un film tratto da un suo romanzo (ANELLI ROSSI).

[ e-mail: tessadrimar@libero.it ]
LA VIOLA DEL TEIDE

Secondo Millennio
Gli aveva detto che sarebbe salita sulla montagna. "Per fare l'amore", aveva detto. E aveva scelto l'ultimo dell'anno, il 31 dicembre 1999: "Porterò lo champagne e, dato che entreremo nel nuovo millennio, sarà un Dom Perignon".
Ultimamente Carlo era rimasto fuori la notte più volte. Sarebbe stata una fatica inutile scendere in paese, dai 2500 metri, ben dopo il tramonto, risalire prima dell'alba per riprendere lo sbocciare della Viola del 'Teide, quindi durante il giorno il suo aprirsi, e il suo richiudersi a sera. Quel fiore rarissimo e quei video... avrebbe realizzato uno splendido documentario, era già in parola con gli americani e i tedeschi, l'avrebbero pagato molto bene, il suo lavoro di botanico stava cominciando a fruttare. Lui, italiano, era il primo al mondo ad aver realizzato un servizio del genere su quel fiore, il "suo" fiore: era venuto a Tenerife per quello, l'aveva trovato, in un minuscolo spiazzo a metà montagna. E aveva trovato anche altro, semplicemente nella casa che aveva preso in affitto a metà montagna, a Vilaflor: Maria, una donna non più giovane, ma bella più della viola.
Quando si fermava di notte lassù, dormiva nel sacco a pelo, sotto l'ottima tenda canadese, solo, su una montagna immensa, dove di giorno non faceva mai caldo, di notte mai troppo freddo. Allora lei si struggeva nella sua casa dove, da vedova, aveva trascorso migliaia di notti solitarie, perché ora non sopportava neppure una notte senza di lui.
Carlo invece, in quelle notti, aveva ripreso confidenza con i propri pensieri, i sogni, le fantasie più lontane nel tempo. Tornava bambino e diventava vecchissimo, ricordando, progettando, immaginando. Spesso si alzava, usciva dalla tenda, trascorreva ore e ore a rimirare le stelle e la luna, il riflesso dell'astro da un lato laggiù sull'oceano, dall'altro sugli
spuntoni di lava che riflettevano quei raggi forti, lucenti come spade, in quell'atmosfera trasparente, colorandoli di viola, zaffiro, smeraldo, ametista, un caleidoscopio di colori, o forse stati d'animo.

Le aveva parlato di tutto questo, nella loro casa, nella casa di lei, quella sera quando, seduta su una poltrona del proprio salotto, intenta a leggere un libro, si era girata per cercare gli occhiali sul tavolino, sotto il lume con la base di ceramica Lladrò, mostrando per qualche istante quel suo profilo, i capelli raccolti a coda, tirati bene sul capo, il naso diritto e regolare, le labbra appena sporgenti, un poco dischiuse nel compiere quel gesto, che la costringeva a ruotare leggermente il bacino, alzando così la gonna, già corta di per sé, e mostrando la parte alta delle cosce, belle, lunghe, asciutte, subito eccitanti. Al punto che lui si era alzato dall'altra poltrona, si era accovacciato sul tappeto ai piedi di lei, alzando la gonna fino in cima e immergendo il viso fra le splendide gambe. Lei si era irrigidita, resistendo per qualche attimo, poi le aveva aperte leggermente e lo aveva lasciato fare, gettando il capo all'indietro sul poggiatesta della poltrona, gli occhi chiusi. E il libro le era caduto di mano. Poi le aveva parlato del Teide e Maria aveva giurato di salire lassù, e vivere con lui quelle emozioni.

Era una cosa normale? Che una donna di quarantasei anni non potesse resistere una sola notte senza amore? Forse no. Ma doveva ammettere che l'idea d'incontrarla, fra poco, lassù, l'eccitava. E anche questo, era normale? Eccitarsi di continuo per una donna tanto più grande?
Certo era bella, i primi tempi non se ne era reso conto del tutto, ma ora sì, la vedeva addirittura bellissima. Quando, nuda, appoggiata con le braccia e con le ginocchia sul letto, le gambe aperte come seduta in sella su di lui, i lunghi capelli sciolti in avanti, fino a coprirgli il viso, il busto semieretto, i seni come sospesi fra i loro due corpi, mai una volta che avesse resistito alla tentazione di morderli, e poi di riempirsi la bocca, con l'uno o con l'altro, mentre lei chiudeva gli occhi atteggiando il viso a una smorfia quasi di sofferenza, che era invece piacere esasperato, piacere che, si vedeva, le faceva venire la pelle d'oca. Allora si agitava, lo premeva forte, quasi volesse sentire il suo sesso arrivarle fin dentro l'anima. Era bella in quei momenti, stupenda creatura per l'amore, e non aveva quarantasei anni, ma molti di più, forse mille, forse un miliardo di anni, tutti quelli che l'uomo e la donna hanno vissuto amandosi in ogni tempo, in ogni parte del mondo, in ogni modo. Era "la donna" dell'inizio del mondo," "l'amante", " la libertà assoluta", in preda all'istinto, alla frenesia, alla furia dei sensi. Dio se era bella! Soltanto su un vulcano avrebbe potuto trovare una donna così!
Il vulcano di Tenerife, il Teide, c'era tutto su quel monte: foresta, lava tagliente, ghiacciai, fiori, uccelli, precipizi, caverne in cui forse nessuno aveva mai messo piede. Forse nemmeno lì, dove si trovava adesso. Forse era il primo uomo a calpestare proprio quello spiazzo d'erba, a vedere proprio quel ciuffo di viole, a toccare quelle pietre nere, lucide, che sembravano di vetro. Il cielo, a quell'ora e a quell'altezza, era di un colore difficile da definire: celeste chiaro, quasi un'acqua azzurrina con del latte mescolato ben bene, una soluzione perfettamente uniforme in ogni suo punto, senza irregolarità, o macchia, o striatura. Col salire del sole, a mano a mano diventava ancora più chiara, più luminosa, quasi accecante.
Eccola Maria, là sulla stradina, era scesa dall'auto e lo salutava, agitando il braccio destro. Le fece cenno di raggiungerlo. Lei si avvicinò guardando bene dove mettere i piedi, il terreno era irregolare e i tacchi non le permettevano qualunque percorso. Rideva felice, accaldata. Quando si gettò fra le sue braccia lo stordì con un bacio furente e una nuvola di Paris, il profumo preferito. Trovarono un piccolo spiazzo fra le pietre. Sotto di loro un soffice mantello di muschio, al di sopra un cielo che ora aveva assunto un colore più netto, azzurro intenso, ancora senza alcuna discontinuità. Nessuno a chilometri di distanza, in qualunque direzione. La spogliò quasi del tutto, lei lo aiutava impaziente.


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