GERMANA GALMAZZI
Nata a Roma nel 1953. Ha cominciato a scrivere soprattutto per se stessa, spinta da un bisogno interiore che la portava a fissare sulla carta emozioni e immagini un po' evanescenti e sempre in movimento.
La forma che predilige è il racconto breve, perché è quella che meglio rispecchia le situazioni, i ricordi, le impressioni e i pensieri che, di volta in volta, si affacciano alla sua mente. E' un continuo cercare dentro di sé, un andare e riandare - detto con le sue parole - per divertirsi un poco, per ridere o piangere, per ricordare o per aiutarsi a dimenticare, per leggersi dentro oppure per guardare dal di fuori la sua vita e i suoi sogni.
Qualcuno potrà forse ritrovarsi in queste pagine, riconoscendovi frammenti della propria vita vissuta: significa che esse, in fondo, sono state scritte anche per gli altri.
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Indice dei racconti
Finalmente il mare
La sfida
Bolle di sapone
Gelosia
L'abbraccio
Forza e debolezza
Finalmente il mare

Era nata a Roma, il 12 luglio e il 20 stava già al mare, sotto l'ombrellone, con la giovane mamma che la allattava.
L'anno successivo aveva iniziato a camminare, muovendo i primi passi incerti sulla sabbia, che ammorbidiva le sue cadute.
Si avvicinava timorosa a quel mare dove tutti volevano portarla. Quelle onde che venivano, andavano e non si fermavano mai, la lasciavano dubbiosa; la sabbia, la prendeva, la metteva in bocca, gli altri gliela facevano sputare, ma lei era sempre lì, immobile. Il mare veniva... andava... E se andando l'avesse portata con sé? No, non si poteva fidare.
Guardava con invidia altri bambini, in verità più grandi di lei, che si tuffavano, ridevano e ne venivano sempre fuori, da quelle onde, ma se il mare avesse scelto proprio lei da portarsi via?
Il nonno, con tutta la tenerezza che non aveva potuto esprimere con i figli, la portava in braccio in mezzo a quelle onde e provava dolcemente ad avvicinarla all'acqua, ma lei gli si avvinghiava terrorizzata: non è che non si fidasse del nonno, non si fidava del mare. Il nonno era sempre lì, il mare veniva, andava.

Un altro anno era passato e lei era ritornata lì, su quella spiaggia ormai familiare, in riva a quel mare che ancora un po' la intimoriva.
Ormai aveva due anni e correva disinvolta sulla riva: si sentiva abbastanza sicura da giocare col mare senza però farsi mai toccare. I suoi piedini lasciavano piccole impronte che un'onda più lunga cancellava. Correva e rideva, inseguita dalla spuma bianca, come una giovane donna che finge di fuggire da un amante, dal quale spera di essere raggiunta.
Il suo gioco si faceva di giorno in giorno più audace, quasi una sfida; si avvicinava sempre di più al mare e sempre di più rideva scappando, fino a che, un giorno, un'onda più forte raggiungendola la fece cadere e l'avvolse nella sua spuma. In un attimo erano accorsi la mamma e il nonno, ma in un attimo lei si era rialzata e aveva cominciato a ridere, a ridere e a correre verso il mare. Entrava e usciva, cadeva e si rialzava e il mare l'avvolgeva e la lasciava. Sembrava una danza, lei ballava con quel mare che aveva tanto temuto e nei suoi piedi, nelle sue mani, nel suo piccolo viso, la gioia di una conquista, di una libertà, di un amore che sarebbero durati per sempre.


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